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Le ragioni e gli effetti della riforma regionale degli enti locali

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Assessore Panontin, qual è il senso complessivo della riforma degli enti locali?
Il compito che sento come prioritario è quello di portare avanti una riforma vera, profonda della nostra architettura istituzionale. Dobbiamo adeguare il disegno dei Comuni, degli enti di area vasta, della stessa Regione, sulle esigenze di una realtà geografica, economica, sociale e culturale profondamente mutata, anche solo rispetto a pochi decenni fa, provando a immaginare cosa succederà nel futuro, come evolverà la società in cui viviamo, quali esigenze saranno prioritarie. Non possiamo pensare di operare una riforma di questa portata guardando al passato e alle sue rigidità, al rispetto di confini e identità che sono continuamente attraversati, rimessi in gioco, rinegoziati e spesso superati. 
Resistenze che ritornano periodicamente nel dibattito pubblico…
Sì, alcune resistenze sono anche comprensibili, come nel caso dei presidenti di Provincia che difendono l’ente che presiedono, anche se talvolta estremiste nei toni e nel tasso demagogico di certe argomentazioni. Altre volte mi sembra invece che le resistenze siano frutto della paura di cambiare. Non possiamo più permetterci il lusso di avere queste paure e, fatte salve tutte le cautele, gli approfondimenti e aggiustamenti necessari, dobbiamo scegliere di agire per riformare le istituzioni e rifondare un nuovo patto tra cittadini e pubblica amministrazione.
Era proprio necessario eliminare le Province?
Sì, anche se il superamento delle province non è ancora stato completamente attuato. All’interno del quadro d’insieme ben tratteggiato nelle Linee Guida per il Riordino del Sistema Regione-Autonomie locali, quello che abbiamo fatto in FVG all’inizio di quest’anno – e sostanzialmente quello che sta facendo ora il governo – è stato di intervenire su due binari: approvare una legge elettorale provinciale che, di fatto, trasforma le Province in enti di secondo livello (non più a elezione diretta), senza eliminarle, per evitare di andare a eleggere nuovi consigli provinciali e quindi prolungare di altri 5 anni l’applicazione della riforma vera e propria, e contestualmente presentare una cosiddetta ‘Legge voto’ (PLN n. 1), ossia una norma che cambia il nostro statuto regionale, eliminandone definitivamente il termine ‘provincia’. Questo tipo di legge ha bisogno di una doppia lettura in Parlamento e quindi necessita di tempi più lunghi e di un’attenzione politica che spero ci verrà riservata, vista la sintonia d’intenti con le riforme nazionali. Questi due provvedimenti rappresentano la “porta d’entrata” al più ampio riassetto complessivo dell’architettura istituzionale regionale, che la Presidente Serracchiani aveva già annunciato in campagna elettorale, fondata su due pilastri fondamentali: la Regione e il Comune.
Anche i Comuni dovranno cambiare quindi?
Sì, certamente. Una riforma provinciale o regionale non è scindibile da quella che coinvolge il fitto reticolo comunale. Il Comune è una realtà amministrativa “vicina” al cittadino, ma che, al tempo stesso, deve assicurare i servizi territoriali necessari, evitare la frammentazione e il campanilismo, incidendo significativamente sulla moltiplicazione delle competenze. Uno dei problemi più grandi che abbiamo rispetto agli attuali Comuni è che non soddisfano il principio di adeguatezza.
Sono troppo piccoli…
Certamente, abbiamo Comuni piccoli o piccolissimi che affrontano difficoltà quasi insormontabili nel tentativo di offrire servizi adeguati ai cittadini e spesso non ce la fanno. “Piccolo non è più bello”. Non ci possono essere ovunque le competenze giuste per gestire problemi che sono oramai quasi nella totalità sovracomunali.
Riprendo una riflessione che condivido di Gabriele Ciampi che ci ricorda come quegli “antichi confini comunali – che conosciamo e sentiamo come nobili – sono il prodotto di una storia e di una geografia urbana durata una lunga serie di secoli. Ma oggi conclusa. I nuovi problemi che si propongono alla città diffusa, esigono soluzioni che, ad esempio, non possono sottostare al veto di un Comune rispetto all’interesse di una molteplicità di Comuni. Non è più accettabile una visione campanilistica che blocca, per gli interessi di un singolo Comune, interventi essenziali per un’intera area vasta”.
Come superare questa criticità?
Abbiamo recentemente approvato una norma importante, quella prevista nel DDLR n. 37 del 25 marzo 2014, che agevola i processi di fusione tra due o più comuni. Il futuro sarà di superare la dimensione comunale micro, quella sotto i 1000 abitanti, per arrivare a una soglia minima di 3-5.000 abitanti per comune. Questo intervento normativo rappresenta un passo necessario per accompagnare il vero cuore della riforma delle autonomie locali, su cui stiamo lavorando con certosina pazienza in queste settimane, ossia l’individuazione delle modalità, dimensioni, forme di governo delle aggregazioni di comuni per la formazione di enti di area vasta (federazioni di comuni, distretti, mandamenti o come vorremo chiamarli) che gestiranno assieme molte funzioni ora attribuite ai singolo comune o alle Province. Ma di questo avremo modo di discutere ampiamente nei prossimi mesi…